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Les insolites de LPL

   Lettera agli amici e benefattori


Mgr Fellay, Superiore Generale de la FSSPX

 

Cari Amici e Benefattori,

n questi giorni benedetti, nei quali celebriamo la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo, il Neonato Bambino vi colmi dei suoi benefici. Noi gli domandiamo di rendervi centuplicate le vostre generosità e la vostra dedizione!

La Natività è così piena di lezioni per il nostro tempo. In particolare, il Dio tra noi, il Vero Dio, Eterno ed Onnipotente, Creatore di tutte le cose e Signore assoluto, viene in mezzo a noi per salvarci.

Pur usando sollecitamente e il meglio possibile i mezzi che Egli ci dà, noi dobbiamo attendere TUTTO da Lui.

« Senza di Me, non potete far nulla”. È volontàdel Padre che voi portiate molti frutti. »

Queste due frasi non sono per niente contraddittorie, ma complementari: esse indicano lo sforzo personale e la cooperazione che deve accompagnare la grazia di Dio. Esse ci dicono che con Nostro Signore noi possiamo tutto, qualunque sia la situazione in cui ci troviamo, specie la nostra, in questo XXI° secolo di decadenza inaudita. I tempi che viviamo potrebbero scoraggiarne più di uno: la ribellione contro Dio si fa di giorno in giorno più aperta, manifesta, blasfema nel mondo intero. La Chiesa sembra come inerte, inebetita, e senza forza davanti a questo nuovo diluvio

Più che mai noi dobbiamo guardare tutto con lo sguardo della fede, quella fede che vince il mondo, che dà il coraggio di continuare la lotta, quella fede con la quale si resiste persino al demonio. Cui resistite fortes in fide.

E’ proprio questa fede che ci fa riconoscere nel piccolo Neonato del presepio il nostro Dio, il Verbo fatto carne, Salvatore del mondo, che ci chiede di puntare tutto su di Lui. Venite, ad oremus!

Cogliamo l’occasione di questa lettera per comunicarvi la corrispondenza inviata al Card. Castrillon Hoyos nel mese di giugno. Essa manifesta la nostra posizione immutata nei riguardi di Roma.

Che la Madonna vi protegga in questo nuovo anno e ci ottenga a tutti quella fedeltà fino alla fine, che ci salverà; che con il Bambino Gesù Ella vi benedica, come dice bene la liturgia: Nos cum prole pia, benedicat Virgo Maria!

Con tutta la nostra gratitudine, nel Natale 2004.

† Bernard Fellay,
Superiore Generale

 

Lettera a SE Card. Castrillon Hoyos

Menzingen, 6 giugno 2004

Eminenza Rev.ma,

La vostra lettera del 30 dicembre, lettera di auguri e di nuova proposta di accordo, ci è pervenuta. Abbiamo molto tardato a rispondere, perché essa ci lascia perplessi. Permettetemi di tentare di rispondere con la massima franchezza, solo mezzo per andare avanti.

Noi siamo sensibili ai vostri sforzi e a quelli del Santo Padre per venirci in aiuto e vediamo che questo gesto d’apertura è da parte vostra certamente molto generoso; di conseguenza, temiamo molto che il nostro atteggiamento e la nostra risposta non siano compresi. Quando abbiamo avanzato la richiesta di due condizioni preliminari all’inizio delle nostre discussioni e ne abbiamo più volte ripetuto la domanda, noi indicavamo semplicemente un cammino da seguire ontologico, necessario: prima di gettare il tavolato d’un ponte è indispensabile costruirne i pilastri. Altrimenti l’impresa sarà destinata a fallire. Noi non vediamo come potremmo arrivare ad un riconoscimento senza passare per un certo numero di tappe.

Tra queste tappe, la prima ci sembra il ritiro del decreto di scomunica. La scomunica agli ortodossi si è potuta levare senza che questi abbiano cambiato in nulla il loro atteggiamento verso la Santa Sede; non sarebbe possibile fare una cosa simile a riguardo di noi, che non ci siamo mai separati e abbiamo sempre riconosciuta l’autorità del Sommo Pontefice quale l’ha definito il Concilio Vaticano I.? Durante la nostra consacrazione nel 1988 noi abbiamo prestato giuramento di fedeltà alla Santa Sede; abbiamo sempre professato il nostro attaccamento alla Santa Sede e al Sommo Pontefice, abbiamo preso ogni sorta di misure per ben mostrare che non abbiamo l’intenzione di mettere su una gerarchia parallela: non dovrebbe mica essere così difficile lavarci dall’accusa di scisma…

E per quanto concerne la pena per la ricezione dell’episcopato, il Codice di Diritto Canonico del 1983 prevede che la pena massima non deve essere applicata nel caso in cui il soggetto ha agito sotto la necessità soggettiva. Se la Santa Sede non vuol concedere che c’è uno stato di necessità oggettiva, dovrebbe almeno ammettere che noi percepiamo le cose in tal modo.

Siffatta misura sarebbe riconosciuta come un’apertura reale da parte di Roma e creerebbe un clima nuovo, necessario per procedere oltre. Al tempo stesso, la Fraternità si sottometterebbe a ciò che potremmo chiamare analogicamente una visita ad limina, la Santa Sede potrebbe osservarci ed esaminare il nostro sviluppo senza altro impegno per il momento da ambo le parti.

Per quanto concerne le formule che chiedete di firmare, esse suppongono un certo numero di condizioni che non possiamo accettare e che ci mettono molto a disagio.

Le proposte suppongono che noi siamo colpevoli e che questa colpevolezza ci ha separato dalla Chiesa. In riparazione e per assicurarsi della nostra ortodossia, ci si domanda una specie di professione di fede limitata (il Concilio Vaticano II e il Novus Ordo).

La maggior parte dei nostri sacerdoti e fedeli ha dovuto far fronte direttamente all’eresia, spesso allo scandalo liturgico grave proveniente dai loro stressi pastori, sia sacerdoti in carica sia vescovi. Tutta la storia del nostro movimento è segnata da una tragica sequela di fatti di tal genere, fino a questo giorno, in cui continuano ad aggregarsi a noi religiosi, seminaristi e sacerdoti che hanno dovuto fare la medesima esperienza. Voi non potete chiederci ammenda onorevole o contrizione perché, soli, abbandonati dai pastori e da loro traditi, abbiamo reagito per conservare la fede del nostro battesimo o per non disonorare la Maestà divina. È impossibile esaminare le consacrazioni del 1988 senza considerare il tragico contesto nel quale si sono svolte. Altrimenti le cose divengono incomprensibili e la giustizia non può trovarvi il proprio tornaconto.

Inoltre, spesso si accenna che il nostro statuto sarebbe una concessione e che ci sarebbe accordata una situazione dovuta al nostro “particolare carisma”.

È forse necessario ricordare che ciò a cui siamo attaccati è il patrimonio comune della Chiesa cattolica romana? Noi non chiediamo né vogliamo uno statuto particolare nel senso che esso sarebbe il segno d’un particolarismo, ma vogliamo un posto ‘normale’ nella Chiesa. Finché la messa Tridentina sarà considerata come una concezione particolare, noi resteremo degli emarginati, in una situazione precaria e sospetta. Perciò, in questa prospettiva, noi reclamiamo un diritto che non è stato mai perduto: quello della messa per tutti. È già un ledere questo diritto il ridurlo ad un indulto (che per di più è provvisorio secondo certe voci romane).

Nella situazione attuale in cui tutto ciò che ha sapore tradizionale diviene immediatamente sospetto, noi abbiamo bisogno d’un protettore e difensore dei nostri interessi presso la Curia. Si tratta molto più di rappresentare la Tradizione a Roma che di stabilire un delegato della Santa Sede per gli affari tradizionali, com’è il caso oggi dell’Ecclesia Dei. Affinché quest’organismo abbia qualche credibilità e risponda al suo scopo, è importante che sia composto di membri provenienti dalla Tradizione cattolica.

Compiere un “riconoscimento” senza aver prima regolato nel loro principio queste questioni significa appoggiare “l’accordo pratico” che ci è proposto alfallimento, perché noi speriamo vivamente di agire domani con la stessa fedeltà di oggi alla Tradizione cattolica.

Volendo conservare la franchezza con la quale trattiamo di queste questioni (il che non è arroganza, né mancanza di carità), noi saremmo condannati domani come lo fummo ieri.

Nel battesimo si stringe un contratto tra l’anima cristiana e la Chiesa: “Che domandate alla Chiesa?” “La fede”. È questo che noi reclamiamo da Roma: che Roma ci confermi nella fede, la fede di sempre, la fede immutabile. Noi abbiamo lo stretto diritto di reclamarlo dalle autorità romane e non pensiamo di poter realmente progredire verso un riconoscimento finché Roma non avrà mostrato la sua volontà concreta di dissipare la nube che ha invaso il Tempio di Dio, oscurato la fede e paralizzato la vita soprannaturale delle Chiesa sotto la copertura d’un Concilio e delle sue successive riforme.

Sperando che questa lettera apporti il suo contributo al superamento dell’attuale immobilità, vi assicuriamo, Eminenza, le nostre quotidiane preghiere per il compimento della Vostra pesante carica in quest’ora grave della Santa Chiesa.

+ Bernard FELLAY

 

 


Samedi 30 août 2014
07:06 20:36

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